La
cucina della locanda era in penombra, l’unica luce veniva da una candela sul
tavolo e dai resti rosseggianti del fuoco, braci che sbirciavano l’insolito
incontro da sotto la cenere. Il signor Taro sedeva a fianco del camino, il
volto effeminato quasi privo di espressione.
«Devo
scusarmi con voi due volte. La prima – esordì con voce pacata – per avervi
fatti svegliare nel cuore della notte, interrompendo il vostro meritato riposo.
Ma è stata l’urgenza a spingermi in questa direzione, quindi la mia colpa è
minore, forse. La seconda, per la quale vi imploro di perdonarmi, per avervi
offesi con la mia offerta di lavoro, terribilmente al di sotto della vostra
levatura morale». L’uomo chinò umilmente il capo davanti ai cinque vagabondi e
Kaito si fece avanti nel tempo di un respiro.
«Non
c’è alcun bisogno di scusarsi! – lo rassicurò l’ex monaco con un sorriso
caloroso – Acqua passata! Cosa possiamo fare per voi questa notte, Taro-san?»
L’uomo,
sollevato il capo, riprese a parlare. «Ho bisogno del vostro aiuto per la
salvezza di una giovane fanciulla che è stata rapita poche ore fa. Sebbene io
non la conosca personalmente, essa sta molto a cuore ad un caro amico. Si
tratta di una geisha, era alloggiata
presso la Sala dei Fiori di Pesco. Il suo nome è Tomi. Per il vostro disturbo,
verrete ricompensati con 500 koku, inoltre ve ne spetteranno altrettanti se
Tomi verrà riportata a casa senza un graffio. Ha un notevole valore come geisha ed è molto importante che questo
valore non venga compromesso...» Il signor Taro fece una pausa per prendere un
sorso d’acqua, studiata per osservare le reazioni dei suoi potenziali
mercenari. Poi, prima che potessero rispondere, aggiunse: «Se la ragazza torna
sana e salva, ho l’incarico di invitarvi a prendere un the con Yogo
Terada-sama, il nipote della governatrice. Consideratelo un ringraziamento
personale da parte mia».
I
cinque si scambiarono qualche sguardo, ritirandosi con un rapido inchino per
decidere il da farsi. Kaguya, con il suo sorriso infantile, si chiamò fuori
dalla discussione: «Io farò quello che voi decidete, signori. Sono al vostro
servizio, come sempre!»
Asuka
annuì comprensiva. «Qual è la vostra opinione? – chiese a voce bassa e
vagamente sospettosa – Quell’uomo è un criminale. Trovo difficile che ci sia
qualcosa di onesto in quello che ci chiede, anche se l’apparenza è quella di un
compito onorevole...»
Il
sospetto aveva attraversato la mente di tutti. Salvare una ragazza rapita può
risultare molto diverso se a chiederlo è un genitore disperato o un potente
esponente della yakuza locale.
Kaito
ruppe gli indugi: «Criminale o no, una ragazza è stata rapita. Non possiamo
ignorare questa richiesta: dobbiamo fare il possibile per salvarla!» Sannosuke,
o Valanga, come si faceva chiamare ora per celare meglio la propria identità,
annuì con convinzione: «Non perdiamo altro tempo in questa cucina. Non sappiamo
quali siano le intenzioni dei rapitori, la vita della ragazza potrebbe essere
in pericolo.» Il volto parzialmente dipinto di Tsuki, l’unica a non aver
espresso la propria opinione, si sciolse in un delicato sorriso.
«Accettiamo,
Taro-san. Troveremo la vostra Tomi e ve la riporteremo sana e salva.» Con un
educato inchino, la sacerdotessa congedò l’intero gruppo dal nuovo datore di
lavoro. La Sala dei Fiori di Pesco era poco distante dalla loro locanda.
La
città era ancora profondamente addormentata. Fioche luci provenivano dalle
barche dei pescatori di anguille sul fiume, ma tutto il resto era immerso nelle
tenebre, appena rischiarate da una fredda falce di luna. La Sala dei Fiori di
Pesco era collocata in un edificio decisamente elegante, in legno pregiato ben
lustrato, con lampioncini di carta di riso appesi sulla veranda a segnalare che
la casa di piacere non chiudeva mai, neppure nel cuore della notte.
I
cinque mercenari entrarono nella lussuosa sala d’ingresso. Alcune graziose
ragazze con indosso abiti discinti e leggeri, conversavano sottovoce reclinate
su cuscini e tappeti. I nuovi arrivati, con i loro abiti rozzi e le spade
infilate all’obi, destarono
perplessità e preoccupazione: le ragazze dedicarono loro qualche sorriso di
circostanza, poi rimasero a fissare il gruppetto con occhi pieni di timore. Le
spade dei samurai, abbinate all’aspetto misero della piccola compagnia e alla
completa assenza di mon sugli abiti,
li identificavano abbastanza facilmente come ronin, fonte quasi certa di disordine, guai e spesso violenza.
«Vogliamo parlare con la proprietaria. – spiegò Tsuki alle allarmate ragazze –
Ditele che ci manda il signor Taro.» Una delle ragazze corse via verso un
corridoio in penombra, mentre le altre continuarono a guardarsi attorno,
allarmate. La notizia del rapimento della loro compagna era ancora fresca e non
sapevano se i nuovi arrivati, con le loro armi e le loro facce estranee, erano
amici o nemici.
La
proprietaria della casa di piacere era una donna piccola ed esile, di età
avanzata. Se gli anni ne avevano curvato le spalle ed intaccato il portamento,
non avevano affievolito il suo orgoglio di donna d’affari di successo, né
offuscato il suo sguardo fiero. Allontanò le fanciulle ancora in attesa e si
inchinò profondamente ai cinque mercenari. «Benvenuti. Il mio nome è Hiroko e
questa è la mia casa. – li salutò gentilmente, la voce incrinata per l’angoscia
– Prego il cielo che possiate aiutarmi... Hanno portato via una delle mie
ragazze!»
«Ci
dica che cosa è successo, signora.» Il tono di Tsuki era calmo e rassicurante,
come se non avesse fatto altro per tutta la vita che ritrovare ragazze rapite.
«La troveremo e la riporteremo qui al sicuro. Chi l’ha rapita pagherà per
questo crimine.»
L’anziana
donna annuì. «Non so cosa è successo. Stavo sistemando i conti... Ho sentito
strillare e sono corsa al cortile posteriore. Una delle ragazze era in
lacrime... E Tomi, povera cara, era sparita! Sparita! Lei e il suo cliente!»
Scosse il capo desolata, nascondendo una lacrima con la mano.
«Come
si chiama la ragazza in lacrime? – insistette la carezzevole voce di Tsuki –
Chi altri ha visto questo cliente?»
La
donna scosse il capo. «Sachiko... Soltanto lei, temo. Mi spiace, ma non so
altro... Sachiko è al secondo piano, nella terza stanza sulla destra. Ora è con
un cliente, ma avete il mio permesso per interromperli. Ditele che è un mio
ordine.»
Tsuki
si congedò gentilmente dalla signora Hiroko e si rivolse ai compagni. «Vado di
sopra a parlare con questa Sachiko, forse sa qualcosa che ci può essere utile.
Kaito, vorrei che tu e Ryo esaminaste il giardino sul retro. Forse i rapitori
hanno lasciato qualche traccia. Valanga, Asuka, voi potreste aiutare Kaito o
interrogare le altre ragazze. Forse Hiroko-san potrebbe aver trascurato
qualcosa.» Con un cenno d’assenso, il gruppo si divise.
Il
piano superiore era buio e tranquillo. Di tanto in tanto, il vellutato silenzio
veniva increspato da una risata, un sospiro, un ovattato gemito. Tsuki appoggiò
la mano sulla porta della terza stanza sulla destra. «Sachiko» disse, con voce bassa e tranquilla.
Il
fruscio di alcuni passi leggeri e la porta di legno e carta scivolò di lato,
schiudendosi di un palmo e lasciando intravedere il volto di una ragazza,
graziosa e sapientemente truccata. «Mi scuso molto, nobile signora... – si
scusò la geisha chinando il capo, gli
occhi scintillanti di malizia per la bella e misteriosa straniera alla sua
porta – Ma ora sono in compagnia di un amico. Se avete la pazienza di attendere
un poco, presto sarò a vostra disposizione... Molto volentieri...» La ragazza
chinò il capo arrossendo delicatamente, quasi fosse imbarazzata dalla propria
civetteria. Tsuki ne ammirò l'ottima educazione. Si mostra lusingata ed eccitata al pensiero di accogliermi nella sua
stanza. Ed invece di essere perplessa dal fatto che io sia una donna, esprime
curiosità. Per farmi sentire ammirata. Desiderata. Brava, ragazza.
«Non
è per questo che sono qui. Hiroko-san mi ha detto che eri presente quanto Tomi
è stata portata via: ho bisogno che mi racconti quello che hai visto.»
Il
grazioso viso della ragazza si increspò in un'espressione addolorata e
preoccupata. «M-ma certo, certo... – rispose, con voce esitante – Lasciate solo
che congedi il mio amico.» Tsuki annuì e si fece educatamente da parte. Si
concentrò sul proprio respiro, rendendolo calmo e lento, cercando di diradare
la caligine di stanchezza che offuscava i suoi pensieri. L'essere svegliata di
soprassalto nel cuore della notte e doversi dedicare ad investigare su un
rapimento erano due cose che non si armonizzavano felicemente.
Dopo
qualche minuto di attesa, la porta scivolò di lato, lasciando uscire un uomo
dall'aria pingue e benestante, con un'aria curiosamente felice, nonostante la
sua costosa notte di piaceri fosse stata interrotta. Evidentemente Sachiko
aveva saputo promettergli un'adeguata compensazione. «Entrate, signora. Sono
pronta.» la invitò la geisha.
«Ora...
– Tsuki si accomodò su un cuscino color porpora e guardò la ragazza con un
sorriso rassicurante – Racconta, Sachiko. Cosa è successo a Tomi?»
La
graziosa fanciulla prese un profondo respiro. Osservò inquieta la straniera,
così bella e raffinata, pur con i suoi abiti rozzi e logori. Sbuffò e prese un
altro respiro. Tsuki rimase in attesa, silenziosa, un vago sorriso sulle
labbra.
«Era
un uomo molto attraente... – iniziò Sachiko – Con strani capelli chiari, come il
grano maturo. Ha chiesto di Tomi, proprio di lei. Non... Non è così strano.
Ogni amico della Sala dei Fiori di Pesco ha le sue preferenze e Tomi era... è molto bella. Molto dolce. Speciale.
Io mi ero lavata i capelli e stavo uscendo dal bagno che è vicino al giardino
sul retro, li ho visti uscire sulla veranda, pensavo stessero andando a
passeggiare. Poi...» la fanciulla deglutì, con gli occhi lucidi.
«Coraggio»
la confortò Tsuki, con una punta di impazienza. L'uomo con i capelli dorati da gaijin doveva per forza essere di fuori
città. O camuffato. Un dettaglio così particolare non poteva essere passato
inosservato.
«Poi
sono usciti tre uomini. Dal giardino. Erano nascosti e sono sbucati fuori come
lupi dalla notte. Il cliente... Il finto cliente... Li ha aiutati. Hanno preso
Tomi e sono fuggiti nel buio. Avevano dei cavalli pronti qui vicino, ho sentito
nitrire.»
«Che
aspetto avevano? Hanno detto qualcosa? C'è altro che ricordi?» Incalzò Tsuki,
decisa a saperne il più possibile finché i ricordi della ragazza erano freschi.
«Erano
normali... Persone normali, sembravano contadini... L'uomo biondo no, lui era
elegante. Non hanno detto niente, credo che sapessero già quel che dovevano
fare. Altro... N-no, non direi... No, sì invece! Uno di loro aveva uno strano
tatuaggio su una spalla! L'ho visto, perché Tomi gli si è aggrappata addosso
quando l'hanno presa!»
«Perché
era strano, Sachiko? Cosa raffigurava?»
La
geisha strizzò gli occhi, nello
sforzo di ricordare. Se mi sta mentendo,
pensò Tsuki, è una bugiarda molto abile.
«Una faccia. Una faccia truccata, una specie di maschera, con attorno dei rami,
tutti contorti.»
Tsuki
deglutì. Improvvisamente sentiva la bocca secca. «Dei rami contorti? Pensaci,
mia cara, per favore. Pensaci attentamente e rispondimi. Erano dei rami? O dei
serpenti?»
Il volto di Sachiko si illuminò e Tsuki sentì un tuffo
al cuore. «Certo! Serpenti! – esclamò la fanciulla – Era un volto truccato, o
una maschera, con attorno una chiostra di serpenti!»
Ariwara,
pensò Tsuki. La misteriosa e pericolosa confraternita che aveva fatto la sua
comparsa, diversi anni prima, nelle terre dello Scorpione. Per metà
organizzazione criminale, per metà setta religiosa, gli Ariwara avevano
iniziato a muovere guerra alle vecchie organizzazioni malavitose in numerose
città. In certi casi ne erano usciti con le ossa rotte, in altri la contesa era
ancora aperta, aspra e sanguinosa, in altri ancora, gli Ariwara erano riusciti
a togliere la posizione di predominio alle tradizionali famiglie yakuza. Si diceva di loro che fossero
pochi, ma straordinariamente determinati, spietati, uniti e devoti alla causa.
Il loro simbolo era l’immagine del volto truccato di una geisha, circondato da una sorta di corona o raggiera di serpenti.
Se i rapitori erano Ariwara, o loro sodali, molto probabilmente la questione
riguardava una guerra in corso nel mondo criminale: Asuka non aveva visto male.
«Grazie, Sachiko. Il tuo racconto è stato di grande
aiuto. Sei libera di riprendere il tuo lavoro o riposare. Ora è opportuno che
io esamini gli averi della povera Tomi: forse c’è qualcosa che mi potrà guidare
dagli uomini che l’hanno portata via.»
Docilmente, la graziosa fanciulla sorrise ed indicò a
Tsuki la porta di fronte, attraverso il corridoio silenzioso: la camera di
Tomi. La sacredotessa, congedandosi con un rapido inchino, scivolò fuori dalla
stanza da letto, nel corridoio, poi nella stanza che le era stata indicata. Il
buio era più fitto, rischiarato solo dalla sua lampada, ma nell’aria aleggiava
ancora un delicato profumo di lavanda, probabilmente una delle essenze della
ragazza.
Tsuki si guardò intorno, esaminando con cura il
contenuto degli stipetti e delle ceste disposte in bell’ordine accanto alle
pareti. Abiti, alcuni molto belli, tessuti pregiati e lavorati finemente.
Gioielli, alcuni appariscenti, altri eleganti. Trucchi, profumi, saponi, oli
per il corpo e per i capelli. La ragazza
ha fatto carriera, pensò la sacerdotessa, osservando alcuni kimono, vecchi
di qualche anno e decisamente di minor valore. Qualcuno le ha fatto tanti regali costosi. Ha amici forse potenti,
sicuramente molto ricchi. Un rapimento a fini di riscatto poteva essere
plausibile. Forse gli Ariwara avevano bisogno di denaro per finanziare la loro
guerra. Era quella la ragione che aveva spinto Taro-san all’azione? Non voleva
che i suoi avversari ricevessero un simile vantaggio economico? Poi, Tsuki trovò le lettere.
Erano sei missive, nascoste tra le altre nei cassetti
della ragazza, ma che ad un occhio esperto spiccavano come sei diamanti in una
manciata di vetro in frantumi. Scritte dalla stessa mano, una mano maschile
abituata al pennello da scrittura, dalla calligrafia colta e chiara. Su carta
di qualità. Lettere dolci, piene d’affetto e di passione. Non un sigillo. Non
un nome. Un uomo che teneva alla riservatezza. Un uomo importante, per il quale
non era decoroso manifestare sentimenti così teneri ed intensi verso una geisha. Forse non c’era nessun riscatto
dietro al rapimento di Tomi: c’era solo il profondo amore che un uomo
importante provava per lei. E che gli Ariwara ora potevano sfruttare, per
manovrarlo come una marionetta. Tsuki ripose le lettere al loro posto e
richiuse tutto. Anche se ora aveva le idee più chiare sul “perché”, il “dove”
rimaneva l'interrogativo più pressante. E tuttora privo di risposta.
In piedi sotto il portico posteriore, Valanga osservava
attentamente il giardino, ancora immerso nell’umido buio della notte. Era
abituato a privarsi del sonno, quando ve n’era la necessità, così come del cibo
o del riposo, ma questo non lo rendeva piacevole. Osservava attentamente Kaito
e Ryo, e il giardino buio intorno a loro, le mani poggiate sull’obi pronte a scivolare sull’impugnatura
della spada al minimo accenno di pericolo per l’amico. O anche per il vecchio
lupo orbo, ma quello sapeva badare a se stesso molto meglio del giovane monaco.
Il giardino posteriore della Sala dei Fiori di Pesco
era rigoglioso e ben curato, probabilmente dalle ragazze stesse. Era foggiato
in modo da offrire ad una coppia un’ampia scelta di angoli romantici e
posticini appartati dove conversare d’amore o scambiare effusioni lontani da
occhi indiscreti. Ma questo lo rendeva nel contempo un spazio pieno di nascondigli,
a maggior ragione durante la notte, quando l’unica luce era fornita dalla
lampada di carta arancione sul portico e da quella bianca, che Kaito portava
con sé. Forse il misterioso rapitore aveva lasciato qualche traccia. Forse vi
erano ancora occhi puntati sulla casa d’appuntamenti, un complice, una spia che
li stava osservando fin da quando erano usciti dal tepore dell’edificio. O
forse stavano solo dando la caccia ad un’ombra, ad un fantasma di nebbia che al
sorgere del sole sarebbe svanito lasciandoli a mani vuote. Ma per il momento
non vi erano altre strade: Kaito e Ryo dovevano frugare palmo a palmo il
giardino ed il suo compito era quello di vegliare sulla loro ricerca. Se
davvero vi era ancora un qualche complice in agguato fra i cespugli ben potati,
fra gli aggraziati alberelli o dietro le siepi, una lama nel buio avrebbe messo
fine alla loro indagine in maniera tanto rapida quanto sanguinosa.
Valanga scese dal portico di legno e mosse qualche
passo nel giardino, attento a non intralciare il monaco, inginocchiato di
fronte al suo fedele alleato a quattro zampe.
Fra le mani di Kaito, il folto pelo di Ryo era caldo,
ruvido e piacevole. Affondò le dita nella nuca del vecchio animale,
grattandogli la testa dietro le orecchie, poi sotto la gola. In un giorno
qualunque, Ryo si sarebbe tirato indietro sdegnato da tutte queste moine, ma da
quando erano arrivati in quella grande città, il lupo era frustrato e depresso,
dormiva poco e mangiava ancor meno. La confusione, la folla, gli odori e tutto
il resto stavano logorando il suo amico: avrebbe voluto portarlo fuori, di
nuovo nei boschi, ma aveva troppo bisogno di lui. «Ho bisogno di te,
fratello... – bisbigliò al lupo – Mi serve il tuo aiuto. Mi serve il tuo naso,
in questa notte buia. Aiutami, fratello.» Ryo, come se avesse compreso le
parole del monaco, strofinò il naso umido sulle sue mani. Poi riprese la
caccia, annusando tra le radici e l’erba, tra i sassi e i cespugli fioriti,
cercando, cercando. Qualsiasi cosa fosse fuori posto.
Kaito era a un passo da lui, i suoi occhi scrutvano
attentamente il buio, faticosamente rischiarato dalla lanterna di carta che
reggeva in mano. Era difficile notare i dettagli, ancor di più avere una
visione d’insieme. Trovare le tracce del rapitore, o dei rapitori, sarebbe stato
arduo, pur disponendo della pazienza di un monaco.
Ad un tratto, Ryo scattò in avanti e tuffò il muso in
un fitto ciuffo di canne di bambù, sulle rive di una pozza d’acqua. Kaito
rimase immobile. Forse il vecchio lupo guercio aveva trovato qualcosa. Forse
una pista, un indumento lasciato cadere dalla ragazza, uno schizzo di sangue se
avevano dovuto schiaffeggiarla, o colpirla più duramente per costringerla al
silenzio. Forse... Ryo riemerse, masticando rumorosamente. Dalle sue fauci
spuntava una codina grigiastra: un topo d’acqua. O meglio, quel che restava di
un topo d’acqua. Il lupo masticò ancora qualche volta e la codina venne
inghiottita. Guardò il monaco con un’aria colpevole e si rimise subito col muso
giù, annusando il terreno intorno. Kaito scosse la testa, sorridendo. Come
avrebbe potuto far capire al suo amico la gravità della situazione? I lupi non
rapiscono fanciulle, né per ricattarne la famiglia, né per chiedere dell’oro,
né per venderle o per chissà quali altre ragioni. Ryo sentiva il bisogno di
cacciare, di uccidere per mangiare, di sentire qualcosa di caldo sanguinare fra
le sue zanne. Ma questo non lo rendeva malvagio: non aveva scelta, era nella
sua natura. Era forse nella natura dell’uomo che stavano cercando, il rapire
giovani fanciulle? Difficile crederlo. Gli uomini mortali erano liberi di
scegliere il proprio sentiero. Un privilegio e una responsabilità.
Mancavano un paio d’ore all’alba quando Ryo latrò,
richiamando la sua attenzione. Kaito stava esaminando le impronte di sandali
accanto ad una panca di legno, cercando di capire a chi potessero appartenere,
ma aveva l’impressione che il proprietario dei sandali si fosse soffermato per
qualche minuto. Passeggiando avanti e indietro. Forse anche sedendo per qualche
istante. Di certo non era il loro misterioso rapitore ad aver indugiato nei
paraggi dopo aver commesso un crimine del genere. Il giovane monaco raggiunse
la zona individuata da Ryo, un minuscolo boschetto di alberi di mandorlo e
acacia. Avvicinando la lampada al terreno ne studiò la superficie. Poi passò a
scrutare i rami degli alberelli, che non erano molto alti, ma molto fronzuti. «Ma
certo, Ryo! – esclamò, inginocchiandosi e strapazzando la testa del lupo, che
si scrollò perplesso – Erano a cavallo, per questo si sono tenuti così lontani!
Hanno tenuto i cavalli nascosti qui dietro, uno o due di loro a custodirli, e
gli altri sono andati a prendere la ragazza!» Sollevò lo sguardo, cercando di
capire in quale direzione si fossero diretti. Da lì si raggiungeva l’argine del
fiume, un ponte, poi una ragnatela di strade grandi e piccole... Avrebbero
potuto essere ovunque in città. O magari fuori. Con il buio della notte,
sarebbe stato impossibile scoprirlo.
Dopo aver conversato con molte delle ragazze della Sala
dei Fiori di Pesco, Asuka e Kaguya raggiunsero la veranda sul cortile
posteriore. Niente. Non sapevano niente. Seccata dalle inutili ore sprecate ad
ascoltare chiacchiere insulse, Asuka sedette incrociando le gambe, respirando
con calma, cercando di liberare la mente dall’irritazione e dalla stanchezza.
Lanciò uno sguardo alla sua attendente: Kaguya stava impilando cuscini su uno
sgabello, cercando di scoprire su quanti riusciva a sedersi senza far crollare il
mucchio. Una ragazzina. O poco più di una ragazzina. Talvolta la piccola riusciva
ad essere di grande aiuto, certo, ma altre volte Asuka sentiva tutto il peso
del fatto di avere un’attendente che non era che una ragazzina: forse non
avrebbe dovuto portarla con sé. Forse non era pronta per questo genere di cose.
Asuka chiuse gli occhi, lasciando che le preoccupazioni scivolassero via, concentrando
i propri sensi sull’aria fresca e sul piacevole profumo del giardino di notte.
Kaguya percepì il profumo di gelsomino di Tsuki qualche
istante prima di sentire i passi della ragazza e lo scorrere della porta. La
sacerdotessa la salutò con un sorriso.
«Kaito?» chiese con un sussurro.
«Lui e Ryo sono ancora nel giardino. Prima Ryo ha
abbaiato! E lui è corso lì! – raccontò con entusiasmo – Secondo me, vuol dire
che hanno trovato qualcosa!»
«Forse hai ragione, Kaguya. Me lo auguro.» Tsuki
sedette sulla veranda in silenzio, accanto ad Asuka, attenta a non disturbare
la ragazza dai capelli candidi come neve
Kaguya aveva scoperto che era capace di mantenersi su
una pila di dieci cuscini in equilibrio precario, stabile su nove. Aveva
pensato ad almeno cinque modi per introdursi nella Sala dei Fiori di Pesco e
rapire una ragazza senza che nessuno la potesse scoprire. Aveva stimato con una
punta di preoccupazione che, per un nemico appostato fra i cespugli del
giardino, Kaito costituiva un bersaglio più facile di Valanga: portando la luce
con sé, il monaco era ben visibile anche quando frugava tra alberi, siepi e
cespugli. Aveva camminato su e giù per la veranda, valutando quanto era capace
di essere silenziosa dalle variazioni nel respiro di Asuka e Tsuki, che erano
sedute a pochi passi da lei. Aveva osservato a lungo le due samurai e stabilito
che non aveva ancora deciso se crescendo voleva diventare come Asuka, sottile,
aggraziata e pura come un giglio, con una katana così veloce che gli occhi non
riuscivano a seguirla, o come Tsuki, sensuale e con gli occhi come smeraldi
ardenti, capace di sussurrare ai kami
e danzare la loro danza segreta. Probabilmente come nessuna delle due, visto
che loro erano samurai e lei solo una ragazzina del popolo. Poi aveva iniziato
ad annoiarsi seriamente e vedere la lampada di Kaito che si avvicinava era
stato davvero un gran sollievo. Quella lunga e meticolosa esplorazione era
finita. Se solo avesse potuto essere sincera con loro, spiegare loro per filo e
per segno cosa sapeva fare, avrebbe potuto aggiungere anche i suoi occhi alla
ricerca... Ma non poteva. Troppo presto. Non ancora, non ancora.
Corse giù dalla veranda ad accogliere i due uomini e il
vecchio lupo. Le due samurai si alzarono e la seguirono, fermandosi alla luce
della lampada arancione, in attesa delle novità.
«Abbiamo trovato qualcosa, ringraziando gli spiriti del
giardino! – esordì Kaito col suo solito sorriso gentile – Cavalli. Dietro i
mandorli. Si sono diretti verso il ponte e poi in città, avranno nascosto Tomi
in qualche modo, non avrebbero certo potuto cavalcare tranquillamente con una
ragazza legata e imbavagliata gettata su una sella... Ma non riesco a capire
dove sono andati, non c’è abbastanza luce.»
«Ormai è quasi l’alba – tagliò corto Asuka – e Tsuki
deve ancora raccontarci quello che ha saputo dalla ragazza. Non appena il sole
sorgerà, riprenderemo le ricerche dei rapitori. Non preoccuparti Kaito, presto
avrai la luce che ti serve. La nostra parte di indagine è stata inconcludente:
le altre ragazze non sanno niente, a parte le voci che vogliono Tomi molto
amica con un uomo potente.»
Tsuki annuì, abbassando il tono di voce. «Non sono
soltanto voci, ho trovato sei lettere. La fanciulla aveva un amico particolare:
è probabile che sia stata rapita a causa di questa relazione, anche se non ne possiamo
essere sicuri.» La sacerdotessa riportò ai compagni il racconto della geisha Sachiko, accennando al poco che
sapeva riguardo la setta degli Ariwara.
«Dobbiamo trovarla in fretta. – concluse Valanga – Se
questi criminali vogliono far pressione su qualcuno, la terranno in vita fino a
quando sarà utile. Ma se vogliono informazioni sul suo amico ricco e potente,
tenteranno di farla parlare. E non saranno gentili.»
Il
cielo aveva da poco incominciato a tingersi del freddo grigio
dell’alba, quando i tre presunti ronin con il loro insolito
seguito uscirono dalle mura della città. I soldati di guardia
dedicarono loro occhiate sprezzanti, borbottando commenti pieni di
sdegno verso quegli straccioni che trascinavano le loro vite dentro e
fuori da quella bella città, portando con sé l’inevitabile carico
di crimini, violenza e squallore morale che sempre si accompagna a
chi porta le spade del samurai senza più esserlo davvero. Fuori
dalla città, Ryo si lanciò nel fango col muso a terra, sbuffando
rumorosamente, seguito a breve distanza dal giovane monaco.
«Da
questa parte – sussurrò Kaito, cercando di non disturbare la
ricerca del suo amico – Venite. Ryo ha trovato qualcosa.»
L’alba
scivolò in un fresco mattino, poi in una bella giornata di
primavera, tiepida e rinfrescata da una brezza insistente. Guidati
dal fiuto del vecchio lupo, i ronin si allontanarono sempre di
più dalla città. Orti, frutteti e campi coltivati lasciarono il
posto a colline coperte di arbusti, macchie sparse di alberi, e poi
boschi. Kaito ora procedeva sicuro, scrutando il terreno con occhi
attenti, allenati dai lunghi, duri anni trascorsi lontano dalla
civiltà. L’amicizia degli spiriti della natura aveva avuto il suo
prezzo da pagare, tempo addietro, ed il giovane si era trovato
costretto ad imparare molte cose che prima di lasciare il monastero
non aveva mai neppure sfiorato con il pensiero. La pista dei
misteriosi cavalli si snodava sicura nel bosco, senza giri complicati
né deviazioni, evidentemente i rapitori avevano deciso di procedere
a passo spedito, lungo un percorso che conoscevano bene. Non avevano
mai spinto i loro animali al galoppo, però. Nel primo pomeriggio,
mentre i ronin attraversavano un ruscello seminascosto fra i
cespugli, Ryo si immobilizzò, teso come la corda di un arco,
annusando l'aria.
«Che
cosa succede, fratello?» chiese Kaito, accucciandosi di fianco al
vecchio lupo. Conosceva la bestia così bene da comprendere con
facilità la fonte del suo turbamento: estranei. Ryo aveva percepito
la presenza di altri uomini nei dintorni. Lo comunicò ai compagni,
che immediatamente si fecero silenziosi e guardinghi.
«Cautela,
amici. - mormorò Asuka - Se sono loro, meglio farsi un'idea un po'
più chiara delle loro forze, prima di colpire.»
Sono
perfettamente d'accordo, pensò Kaguya, dileguandosi
silenziosamente fra i cespugli. E voi fate troppo rumore per
andare in avanscoperta. Meglio se do io un'occhiata. Pensando a
come giustificare la propria assenza, la ragazzina scivolò fra gli
alberi con passo leggero e spedito. Il terreno soffice, coperto di
vecchi rami e foglie secche, frusciava delicatamente, ma i suoi piedi
conoscevano il ritmo e l'equilibrio giusti per ridurre al minimo il
suono dei suoi passi. Il bosco era pieno di ombre ed era facile
restare al coperto, tronchi e cespugli le fornivano tutta la
copertura di cui poteva aver bisogno. Chi c'è qui con me?
Passi. Poco avanti a lei. Piedi allenati ad un ritmo irregolare,
frusciante, come i suoi, passi che non sembravano passi. Ma chiunque
fosse, era più grande e pesante di lei, le foglie e i cespugli si
lamentavano, quando lui passava. Chi sei, ombra nel bosco? Se ci
hai visto, non posso lasciarti andar via. Kaguya scivolò avanti
più rapidamente, seguendo il ritmo dei passi dell'altro per
mascherare i propri. Eccoti qui.
Un
uomo, snello e di bassa statura. Abiti bruni come il legno, foglie
tra i capelli, mani sudicie di terra. L'altro aveva passato parecchio
tempo nel bosco, a strisciare furtivo tra i cespugli, come un
serpente, seguendo i loro passi, sorvegliandoli, spiandoli. La
ragazzina sfilò da dietro la schiena la lama del ninjato, la
sua fedele spada, maneggevole e leggera. Addio, sentinella.
Seguì l'estraneo per qualche altro passo, facendosi poco a poco più
vicina. Poi scivolò in avanti, fluida come un'ombra, insinuando
l'affilata lama fra le costole dell'uomo. Un palmo sotto l'ascella,
dall'esterno verso l'interno, le sue piccole mani ricordavano bene i
micidiali insegnamenti del suo sensei. La lama attraversò il
polmone destro dell'estraneo, recidendo il groviglio di vitali
arterie attorno al cuore. L'uomo spirò in un istante, accasciandosi
senza quasi rendersi conto di essere stato trafitto, incapace di
emettere un gemito. Kaguya ne accompagnò il corpo fin sul terreno,
adagiandolo fra le foglie. Sfilò il ninjato dalla ferita e lo
ripulì sul mantello marrone del morto.
Avanzando
ancora, intravide fra i tronchi un vecchio e cadente edificio, nel
bel mezzo di una radura solcata da alcuni fossi ed ingombra di
erbacce. Pareva una vecchia fattoria, disabitata da anni. Qualcuno
aveva cercato di ritagliarsi un posto dove vivere in mezzo al bosco,
poi aveva abbandonato l'impresa, infine come animali selvatici gli
Ariwara erano scivolati dentro, facendo della casa vuota una tana per
i propri crimini. Protetta dagli arbusti, la ragazzina spiò i
cavalli, che brucavano tranquilli le erbacce, legati ad un vecchio
steccato. Un manipolo di uomini dall'aria trasandata e stanca se ne
stavano seduti sulla veranda, scrutando il bosco in silenzio.
Dall'interno provenivano voci ovattate. Ora abbiamo un'idea più
chiara delle loro forze. Kaguya si immerse nuovamente nella
frondosa oscurità del bosco.
«Dove
sei stata? Cosa ti è saltato in mente?» La voce di Asuka, fredda e
controllata, mal celava la sua rabbia e la sua preoccupazione. Kaguya
aveva un'aria contrita e si guardava i piedi. Era sinceramente
dispiaciuta. Si aspettava una severa sgridata, ma non era pronta al
fatto che la samurai-ko fosse davvero preoccupata per lei. Non
le era mai, mai capitato. Era una sensazione strana, sentiva lo
stomaco stretto e gli occhi pizzicavano per le lacrime. Se avesse
parlato, probabilmente si sarebbe messa a piangere. Asuka si
preoccupava per lei. E anche gli altri. Era probabilmente uno dei
momenti più belli della sua giovane vita.
«Non
osare mai più, mai più allontanarti senza il mio permesso. Spero di
essere stata chiara, ragazzina. Non intendo prendermi il disturbo di
minacciarti con le conseguenze per un'eventuale disubbidienza: sono
sicura che non ce ne sarà bisogno.» Asuka le poggiò la mano sulla
testa, poi fece scivolare le dita fino alla guancia. Com'erano
delicate, quelle mani che sapevano brandire la spada con tanta letale
maestria. Prima di rimettersi in cammino, la ragazzina colse un
accenno di sorriso sul viso di Tsuki, la sua espressione deformata
dall'eccentrico ed elaborato trucco. Quanto e che cosa aveva capito
la sacerdotessa?
«Anche
se hai fatto un buon lavoro - commentò Sannosuke, calzando l'elmo e
stringendo le cinghie degli spallacci - hai corso un duplice rischio:
farti catturare o ammazzare, e farci scoprire. La tua strategia
andava condivisa.» Il vigoroso giovane scrollò le spalle. «Inutile
continuare a chiacchierare, ora. Quel che è fatto è fatto, alla
fine hai riportato informazioni utili. Vediamo di non farci fregare
da quei tagliagole: dalla loro hanno il numero e un ostaggio.»
«E
noi abbiamo la benevolenza dei kami» concluse Tsuki, con un delicato
sorriso.
Il
sole era in procinto di coricarsi, sparito ad occidente dietro le
cime degli alberi, e le ombre della sera si stendevano sulla fattoria
abbandonata. Come aveva riferito Kaguya, il gruppetto di sentinelle
vegliava sulla cadente veranda, mentre dentro l'edificio la povera
Tomi languiva, prigioniera. I ronin si erano appostati attorno
alla struttura, divisi in due gruppi, ed attendevano che Tsuki
distraesse le sentinelle come promesso. Sannosuke si era assunto il
compito di proteggere la sacerdotessa, mentre gli altri si
avvicinavano dal lato opposto. Il giovane samurai accarezzò
l'impugnatura della katana. Sentiva il sangue ribollire, la
mente concentrata sulla battaglia, mentre ogni altro pensiero si
faceva distante e trasparente. Tsuki sfilò un rotolo di seta
dall'obi e ne esaminò per un istante il contenuto, riportando
alla mente le parole mistiche della preghiera. Iniziò a bisbigliare,
muovendo appena le labbra scarlatte, piene e perfette: nessuna
meraviglia che gli altri mercenari l'avessero soprannominata Bocca di
Fragola. Sannosuke trattenne il respiro, mentre un venticello tiepido
si sollevava, facendo mormorare l'erba della radura.
Tsuki
era concentrata sulla battaglia, ma al tempo stesso ne era
lontanissima. La sua anima danzava la danza eterna dei kami,
il suo cuore batteva al ritmo dei loro passi. Il venticello tiepido
avvolgeva la radura, sfiorando le sentinelle. Gli spiriti dell'aria,
capricciosi ed enigmatici, ascoltavano la preghiera di Tsuki,
scivolando leggiadri sulle sue parole. Il vento bisbigliava parole
piene di sonno al cuore degli Ariwara di sentinella. Non siete
stanchi? Esausti? mormoravano i kami burloni. Chiudete
gli occhi. Solo per un istante. O due. Per il tempo di tre respiri.
Avete meritato un po' di riposo. Riposate. Dormite tranquilli, altri
veglieranno al vostro posto. Dormite. Solo per un pochino. Dormite.
Uno
dopo l'altro, gli uomini di guardia sulla veranda si assopirono,
assestandosi in posizioni più comode. Quando il loro respiro si fece
pesante e regolare, Tsuki riaprì gli occhi, nascondendo un grazioso
sbadiglio con la mano. «Avanziamo. Non si sveglieranno, se li
lasciamo in pace.»
Sannosuke
annuì, ammirato. Dove altri avrebbero tremato, spaventati dall'ombra
inquietante e misteriosa della magia, lui aveva imparato a vedere un
grande potere, che se veniva trattato con prudenza e col giusto
rispetto, poteva essere usato come un'arma di eccezionale efficacia.