venerdì 13 settembre 2013

La cucina della locanda era in penombra, l’unica luce veniva da una candela sul tavolo e dai resti rosseggianti del fuoco, braci che sbirciavano l’insolito incontro da sotto la cenere. Il signor Taro sedeva a fianco del camino, il volto effeminato quasi privo di espressione.

«Devo scusarmi con voi due volte. La prima – esordì con voce pacata – per avervi fatti svegliare nel cuore della notte, interrompendo il vostro meritato riposo. Ma è stata l’urgenza a spingermi in questa direzione, quindi la mia colpa è minore, forse. La seconda, per la quale vi imploro di perdonarmi, per avervi offesi con la mia offerta di lavoro, terribilmente al di sotto della vostra levatura morale». L’uomo chinò umilmente il capo davanti ai cinque vagabondi e Kaito si fece avanti nel tempo di un respiro.
«Non c’è alcun bisogno di scusarsi! – lo rassicurò l’ex monaco con un sorriso caloroso – Acqua passata! Cosa possiamo fare per voi questa notte, Taro-san?»

L’uomo, sollevato il capo, riprese a parlare. «Ho bisogno del vostro aiuto per la salvezza di una giovane fanciulla che è stata rapita poche ore fa. Sebbene io non la conosca personalmente, essa sta molto a cuore ad un caro amico. Si tratta di una geisha, era alloggiata presso la Sala dei Fiori di Pesco. Il suo nome è Tomi. Per il vostro disturbo, verrete ricompensati con 500 koku, inoltre ve ne spetteranno altrettanti se Tomi verrà riportata a casa senza un graffio. Ha un notevole valore come geisha ed è molto importante che questo valore non venga compromesso...» Il signor Taro fece una pausa per prendere un sorso d’acqua, studiata per osservare le reazioni dei suoi potenziali mercenari. Poi, prima che potessero rispondere, aggiunse: «Se la ragazza torna sana e salva, ho l’incarico di invitarvi a prendere un the con Yogo Terada-sama, il nipote della governatrice. Consideratelo un ringraziamento personale da parte mia».

I cinque si scambiarono qualche sguardo, ritirandosi con un rapido inchino per decidere il da farsi. Kaguya, con il suo sorriso infantile, si chiamò fuori dalla discussione: «Io farò quello che voi decidete, signori. Sono al vostro servizio, come sempre!»
Asuka annuì comprensiva. «Qual è la vostra opinione? – chiese a voce bassa e vagamente sospettosa – Quell’uomo è un criminale. Trovo difficile che ci sia qualcosa di onesto in quello che ci chiede, anche se l’apparenza è quella di un compito onorevole...»
Il sospetto aveva attraversato la mente di tutti. Salvare una ragazza rapita può risultare molto diverso se a chiederlo è un genitore disperato o un potente esponente della yakuza locale.
Kaito ruppe gli indugi: «Criminale o no, una ragazza è stata rapita. Non possiamo ignorare questa richiesta: dobbiamo fare il possibile per salvarla!» Sannosuke, o Valanga, come si faceva chiamare ora per celare meglio la propria identità, annuì con convinzione: «Non perdiamo altro tempo in questa cucina. Non sappiamo quali siano le intenzioni dei rapitori, la vita della ragazza potrebbe essere in pericolo.» Il volto parzialmente dipinto di Tsuki, l’unica a non aver espresso la propria opinione, si sciolse in un delicato sorriso.
«Accettiamo, Taro-san. Troveremo la vostra Tomi e ve la riporteremo sana e salva.» Con un educato inchino, la sacerdotessa congedò l’intero gruppo dal nuovo datore di lavoro. La Sala dei Fiori di Pesco era poco distante dalla loro locanda.

La città era ancora profondamente addormentata. Fioche luci provenivano dalle barche dei pescatori di anguille sul fiume, ma tutto il resto era immerso nelle tenebre, appena rischiarate da una fredda falce di luna. La Sala dei Fiori di Pesco era collocata in un edificio decisamente elegante, in legno pregiato ben lustrato, con lampioncini di carta di riso appesi sulla veranda a segnalare che la casa di piacere non chiudeva mai, neppure nel cuore della notte.
I cinque mercenari entrarono nella lussuosa sala d’ingresso. Alcune graziose ragazze con indosso abiti discinti e leggeri, conversavano sottovoce reclinate su cuscini e tappeti. I nuovi arrivati, con i loro abiti rozzi e le spade infilate all’obi, destarono perplessità e preoccupazione: le ragazze dedicarono loro qualche sorriso di circostanza, poi rimasero a fissare il gruppetto con occhi pieni di timore. Le spade dei samurai, abbinate all’aspetto misero della piccola compagnia e alla completa assenza di mon sugli abiti, li identificavano abbastanza facilmente come ronin, fonte quasi certa di disordine, guai e spesso violenza. «Vogliamo parlare con la proprietaria. – spiegò Tsuki alle allarmate ragazze – Ditele che ci manda il signor Taro.» Una delle ragazze corse via verso un corridoio in penombra, mentre le altre continuarono a guardarsi attorno, allarmate. La notizia del rapimento della loro compagna era ancora fresca e non sapevano se i nuovi arrivati, con le loro armi e le loro facce estranee, erano amici o nemici.

La proprietaria della casa di piacere era una donna piccola ed esile, di età avanzata. Se gli anni ne avevano curvato le spalle ed intaccato il portamento, non avevano affievolito il suo orgoglio di donna d’affari di successo, né offuscato il suo sguardo fiero. Allontanò le fanciulle ancora in attesa e si inchinò profondamente ai cinque mercenari. «Benvenuti. Il mio nome è Hiroko e questa è la mia casa. – li salutò gentilmente, la voce incrinata per l’angoscia – Prego il cielo che possiate aiutarmi... Hanno portato via una delle mie ragazze!»
«Ci dica che cosa è successo, signora.» Il tono di Tsuki era calmo e rassicurante, come se non avesse fatto altro per tutta la vita che ritrovare ragazze rapite. «La troveremo e la riporteremo qui al sicuro. Chi l’ha rapita pagherà per questo crimine.»
L’anziana donna annuì. «Non so cosa è successo. Stavo sistemando i conti... Ho sentito strillare e sono corsa al cortile posteriore. Una delle ragazze era in lacrime... E Tomi, povera cara, era sparita! Sparita! Lei e il suo cliente!» Scosse il capo desolata, nascondendo una lacrima con la mano.
«Come si chiama la ragazza in lacrime? – insistette la carezzevole voce di Tsuki – Chi altri ha visto questo cliente?»
La donna scosse il capo. «Sachiko... Soltanto lei, temo. Mi spiace, ma non so altro... Sachiko è al secondo piano, nella terza stanza sulla destra. Ora è con un cliente, ma avete il mio permesso per interromperli. Ditele che è un mio ordine.»
Tsuki si congedò gentilmente dalla signora Hiroko e si rivolse ai compagni. «Vado di sopra a parlare con questa Sachiko, forse sa qualcosa che ci può essere utile. Kaito, vorrei che tu e Ryo esaminaste il giardino sul retro. Forse i rapitori hanno lasciato qualche traccia. Valanga, Asuka, voi potreste aiutare Kaito o interrogare le altre ragazze. Forse Hiroko-san potrebbe aver trascurato qualcosa.» Con un cenno d’assenso, il gruppo si divise.

Il piano superiore era buio e tranquillo. Di tanto in tanto, il vellutato silenzio veniva increspato da una risata, un sospiro, un ovattato gemito. Tsuki appoggiò la mano sulla porta della terza stanza sulla destra. «Sachiko» disse, con voce bassa e tranquilla.
Il fruscio di alcuni passi leggeri e la porta di legno e carta scivolò di lato, schiudendosi di un palmo e lasciando intravedere il volto di una ragazza, graziosa e sapientemente truccata. «Mi scuso molto, nobile signora... – si scusò la geisha chinando il capo, gli occhi scintillanti di malizia per la bella e misteriosa straniera alla sua porta – Ma ora sono in compagnia di un amico. Se avete la pazienza di attendere un poco, presto sarò a vostra disposizione... Molto volentieri...» La ragazza chinò il capo arrossendo delicatamente, quasi fosse imbarazzata dalla propria civetteria. Tsuki ne ammirò l'ottima educazione. Si mostra lusingata ed eccitata al pensiero di accogliermi nella sua stanza. Ed invece di essere perplessa dal fatto che io sia una donna, esprime curiosità. Per farmi sentire ammirata. Desiderata. Brava, ragazza.
«Non è per questo che sono qui. Hiroko-san mi ha detto che eri presente quanto Tomi è stata portata via: ho bisogno che mi racconti quello che hai visto.»
Il grazioso viso della ragazza si increspò in un'espressione addolorata e preoccupata. «M-ma certo, certo... – rispose, con voce esitante – Lasciate solo che congedi il mio amico.» Tsuki annuì e si fece educatamente da parte. Si concentrò sul proprio respiro, rendendolo calmo e lento, cercando di diradare la caligine di stanchezza che offuscava i suoi pensieri. L'essere svegliata di soprassalto nel cuore della notte e doversi dedicare ad investigare su un rapimento erano due cose che non si armonizzavano felicemente.
Dopo qualche minuto di attesa, la porta scivolò di lato, lasciando uscire un uomo dall'aria pingue e benestante, con un'aria curiosamente felice, nonostante la sua costosa notte di piaceri fosse stata interrotta. Evidentemente Sachiko aveva saputo promettergli un'adeguata compensazione. «Entrate, signora. Sono pronta.» la invitò la geisha.
«Ora... – Tsuki si accomodò su un cuscino color porpora e guardò la ragazza con un sorriso rassicurante – Racconta, Sachiko. Cosa è successo a Tomi?»
La graziosa fanciulla prese un profondo respiro. Osservò inquieta la straniera, così bella e raffinata, pur con i suoi abiti rozzi e logori. Sbuffò e prese un altro respiro. Tsuki rimase in attesa, silenziosa, un vago sorriso sulle labbra.
«Era un uomo molto attraente... – iniziò Sachiko – Con strani capelli chiari, come il grano maturo. Ha chiesto di Tomi, proprio di lei. Non... Non è così strano. Ogni amico della Sala dei Fiori di Pesco ha le sue preferenze e Tomi era... è molto bella. Molto dolce. Speciale. Io mi ero lavata i capelli e stavo uscendo dal bagno che è vicino al giardino sul retro, li ho visti uscire sulla veranda, pensavo stessero andando a passeggiare. Poi...» la fanciulla deglutì, con gli occhi lucidi.
«Coraggio» la confortò Tsuki, con una punta di impazienza. L'uomo con i capelli dorati da gaijin doveva per forza essere di fuori città. O camuffato. Un dettaglio così particolare non poteva essere passato inosservato.
«Poi sono usciti tre uomini. Dal giardino. Erano nascosti e sono sbucati fuori come lupi dalla notte. Il cliente... Il finto cliente... Li ha aiutati. Hanno preso Tomi e sono fuggiti nel buio. Avevano dei cavalli pronti qui vicino, ho sentito nitrire.»
«Che aspetto avevano? Hanno detto qualcosa? C'è altro che ricordi?» Incalzò Tsuki, decisa a saperne il più possibile finché i ricordi della ragazza erano freschi.
«Erano normali... Persone normali, sembravano contadini... L'uomo biondo no, lui era elegante. Non hanno detto niente, credo che sapessero già quel che dovevano fare. Altro... N-no, non direi... No, sì invece! Uno di loro aveva uno strano tatuaggio su una spalla! L'ho visto, perché Tomi gli si è aggrappata addosso quando l'hanno presa!»
«Perché era strano, Sachiko? Cosa raffigurava?»
La geisha strizzò gli occhi, nello sforzo di ricordare. Se mi sta mentendo, pensò Tsuki, è una bugiarda molto abile. «Una faccia. Una faccia truccata, una specie di maschera, con attorno dei rami, tutti contorti.»
Tsuki deglutì. Improvvisamente sentiva la bocca secca. «Dei rami contorti? Pensaci, mia cara, per favore. Pensaci attentamente e rispondimi. Erano dei rami? O dei serpenti?»


Il volto di Sachiko si illuminò e Tsuki sentì un tuffo al cuore. «Certo! Serpenti! – esclamò la fanciulla – Era un volto truccato, o una maschera, con attorno una chiostra di serpenti!»
Ariwara, pensò Tsuki. La misteriosa e pericolosa confraternita che aveva fatto la sua comparsa, diversi anni prima, nelle terre dello Scorpione. Per metà organizzazione criminale, per metà setta religiosa, gli Ariwara avevano iniziato a muovere guerra alle vecchie organizzazioni malavitose in numerose città. In certi casi ne erano usciti con le ossa rotte, in altri la contesa era ancora aperta, aspra e sanguinosa, in altri ancora, gli Ariwara erano riusciti a togliere la posizione di predominio alle tradizionali famiglie yakuza. Si diceva di loro che fossero pochi, ma straordinariamente determinati, spietati, uniti e devoti alla causa. Il loro simbolo era l’immagine del volto truccato di una geisha, circondato da una sorta di corona o raggiera di serpenti. Se i rapitori erano Ariwara, o loro sodali, molto probabilmente la questione riguardava una guerra in corso nel mondo criminale: Asuka non aveva visto male.
«Grazie, Sachiko. Il tuo racconto è stato di grande aiuto. Sei libera di riprendere il tuo lavoro o riposare. Ora è opportuno che io esamini gli averi della povera Tomi: forse c’è qualcosa che mi potrà guidare dagli uomini che l’hanno portata via.»
Docilmente, la graziosa fanciulla sorrise ed indicò a Tsuki la porta di fronte, attraverso il corridoio silenzioso: la camera di Tomi. La sacredotessa, congedandosi con un rapido inchino, scivolò fuori dalla stanza da letto, nel corridoio, poi nella stanza che le era stata indicata. Il buio era più fitto, rischiarato solo dalla sua lampada, ma nell’aria aleggiava ancora un delicato profumo di lavanda, probabilmente una delle essenze della ragazza.
Tsuki si guardò intorno, esaminando con cura il contenuto degli stipetti e delle ceste disposte in bell’ordine accanto alle pareti. Abiti, alcuni molto belli, tessuti pregiati e lavorati finemente. Gioielli, alcuni appariscenti, altri eleganti. Trucchi, profumi, saponi, oli per il corpo e per i capelli. La ragazza ha fatto carriera, pensò la sacerdotessa, osservando alcuni kimono, vecchi di qualche anno e decisamente di minor valore. Qualcuno le ha fatto tanti regali costosi. Ha amici forse potenti, sicuramente molto ricchi. Un rapimento a fini di riscatto poteva essere plausibile. Forse gli Ariwara avevano bisogno di denaro per finanziare la loro guerra. Era quella la ragione che aveva spinto Taro-san all’azione? Non voleva che i suoi avversari ricevessero un simile vantaggio economico?  Poi, Tsuki trovò le lettere.
Erano sei missive, nascoste tra le altre nei cassetti della ragazza, ma che ad un occhio esperto spiccavano come sei diamanti in una manciata di vetro in frantumi. Scritte dalla stessa mano, una mano maschile abituata al pennello da scrittura, dalla calligrafia colta e chiara. Su carta di qualità. Lettere dolci, piene d’affetto e di passione. Non un sigillo. Non un nome. Un uomo che teneva alla riservatezza. Un uomo importante, per il quale non era decoroso manifestare sentimenti così teneri ed intensi verso una geisha. Forse non c’era nessun riscatto dietro al rapimento di Tomi: c’era solo il profondo amore che un uomo importante provava per lei. E che gli Ariwara ora potevano sfruttare, per manovrarlo come una marionetta. Tsuki ripose le lettere al loro posto e richiuse tutto. Anche se ora aveva le idee più chiare sul “perché”, il “dove” rimaneva l'interrogativo più pressante. E tuttora privo di risposta.

In piedi sotto il portico posteriore, Valanga osservava attentamente il giardino, ancora immerso nell’umido buio della notte. Era abituato a privarsi del sonno, quando ve n’era la necessità, così come del cibo o del riposo, ma questo non lo rendeva piacevole. Osservava attentamente Kaito e Ryo, e il giardino buio intorno a loro, le mani poggiate sull’obi pronte a scivolare sull’impugnatura della spada al minimo accenno di pericolo per l’amico. O anche per il vecchio lupo orbo, ma quello sapeva badare a se stesso molto meglio del giovane monaco.
Il giardino posteriore della Sala dei Fiori di Pesco era rigoglioso e ben curato, probabilmente dalle ragazze stesse. Era foggiato in modo da offrire ad una coppia un’ampia scelta di angoli romantici e posticini appartati dove conversare d’amore o scambiare effusioni lontani da occhi indiscreti. Ma questo lo rendeva nel contempo un spazio pieno di nascondigli, a maggior ragione durante la notte, quando l’unica luce era fornita dalla lampada di carta arancione sul portico e da quella bianca, che Kaito portava con sé. Forse il misterioso rapitore aveva lasciato qualche traccia. Forse vi erano ancora occhi puntati sulla casa d’appuntamenti, un complice, una spia che li stava osservando fin da quando erano usciti dal tepore dell’edificio. O forse stavano solo dando la caccia ad un’ombra, ad un fantasma di nebbia che al sorgere del sole sarebbe svanito lasciandoli a mani vuote. Ma per il momento non vi erano altre strade: Kaito e Ryo dovevano frugare palmo a palmo il giardino ed il suo compito era quello di vegliare sulla loro ricerca. Se davvero vi era ancora un qualche complice in agguato fra i cespugli ben potati, fra gli aggraziati alberelli o dietro le siepi, una lama nel buio avrebbe messo fine alla loro indagine in maniera tanto rapida quanto sanguinosa.
Valanga scese dal portico di legno e mosse qualche passo nel giardino, attento a non intralciare il monaco, inginocchiato di fronte al suo fedele alleato a quattro zampe.

Fra le mani di Kaito, il folto pelo di Ryo era caldo, ruvido e piacevole. Affondò le dita nella nuca del vecchio animale, grattandogli la testa dietro le orecchie, poi sotto la gola. In un giorno qualunque, Ryo si sarebbe tirato indietro sdegnato da tutte queste moine, ma da quando erano arrivati in quella grande città, il lupo era frustrato e depresso, dormiva poco e mangiava ancor meno. La confusione, la folla, gli odori e tutto il resto stavano logorando il suo amico: avrebbe voluto portarlo fuori, di nuovo nei boschi, ma aveva troppo bisogno di lui. «Ho bisogno di te, fratello... – bisbigliò al lupo – Mi serve il tuo aiuto. Mi serve il tuo naso, in questa notte buia. Aiutami, fratello.» Ryo, come se avesse compreso le parole del monaco, strofinò il naso umido sulle sue mani. Poi riprese la caccia, annusando tra le radici e l’erba, tra i sassi e i cespugli fioriti, cercando, cercando. Qualsiasi cosa fosse fuori posto.
Kaito era a un passo da lui, i suoi occhi scrutvano attentamente il buio, faticosamente rischiarato dalla lanterna di carta che reggeva in mano. Era difficile notare i dettagli, ancor di più avere una visione d’insieme. Trovare le tracce del rapitore, o dei rapitori, sarebbe stato arduo, pur disponendo della pazienza di un monaco.
Ad un tratto, Ryo scattò in avanti e tuffò il muso in un fitto ciuffo di canne di bambù, sulle rive di una pozza d’acqua. Kaito rimase immobile. Forse il vecchio lupo guercio aveva trovato qualcosa. Forse una pista, un indumento lasciato cadere dalla ragazza, uno schizzo di sangue se avevano dovuto schiaffeggiarla, o colpirla più duramente per costringerla al silenzio. Forse... Ryo riemerse, masticando rumorosamente. Dalle sue fauci spuntava una codina grigiastra: un topo d’acqua. O meglio, quel che restava di un topo d’acqua. Il lupo masticò ancora qualche volta e la codina venne inghiottita. Guardò il monaco con un’aria colpevole e si rimise subito col muso giù, annusando il terreno intorno. Kaito scosse la testa, sorridendo. Come avrebbe potuto far capire al suo amico la gravità della situazione? I lupi non rapiscono fanciulle, né per ricattarne la famiglia, né per chiedere dell’oro, né per venderle o per chissà quali altre ragioni. Ryo sentiva il bisogno di cacciare, di uccidere per mangiare, di sentire qualcosa di caldo sanguinare fra le sue zanne. Ma questo non lo rendeva malvagio: non aveva scelta, era nella sua natura. Era forse nella natura dell’uomo che stavano cercando, il rapire giovani fanciulle? Difficile crederlo. Gli uomini mortali erano liberi di scegliere il proprio sentiero. Un privilegio e una responsabilità.

Mancavano un paio d’ore all’alba quando Ryo latrò, richiamando la sua attenzione. Kaito stava esaminando le impronte di sandali accanto ad una panca di legno, cercando di capire a chi potessero appartenere, ma aveva l’impressione che il proprietario dei sandali si fosse soffermato per qualche minuto. Passeggiando avanti e indietro. Forse anche sedendo per qualche istante. Di certo non era il loro misterioso rapitore ad aver indugiato nei paraggi dopo aver commesso un crimine del genere. Il giovane monaco raggiunse la zona individuata da Ryo, un minuscolo boschetto di alberi di mandorlo e acacia. Avvicinando la lampada al terreno ne studiò la superficie. Poi passò a scrutare i rami degli alberelli, che non erano molto alti, ma molto fronzuti. «Ma certo, Ryo! – esclamò, inginocchiandosi e strapazzando la testa del lupo, che si scrollò perplesso – Erano a cavallo, per questo si sono tenuti così lontani! Hanno tenuto i cavalli nascosti qui dietro, uno o due di loro a custodirli, e gli altri sono andati a prendere la ragazza!» Sollevò lo sguardo, cercando di capire in quale direzione si fossero diretti. Da lì si raggiungeva l’argine del fiume, un ponte, poi una ragnatela di strade grandi e piccole... Avrebbero potuto essere ovunque in città. O magari fuori. Con il buio della notte, sarebbe stato impossibile scoprirlo.

Dopo aver conversato con molte delle ragazze della Sala dei Fiori di Pesco, Asuka e Kaguya raggiunsero la veranda sul cortile posteriore. Niente. Non sapevano niente. Seccata dalle inutili ore sprecate ad ascoltare chiacchiere insulse, Asuka sedette incrociando le gambe, respirando con calma, cercando di liberare la mente dall’irritazione e dalla stanchezza. Lanciò uno sguardo alla sua attendente: Kaguya stava impilando cuscini su uno sgabello, cercando di scoprire su quanti riusciva a sedersi senza far crollare il mucchio. Una ragazzina. O poco più di una ragazzina. Talvolta la piccola riusciva ad essere di grande aiuto, certo, ma altre volte Asuka sentiva tutto il peso del fatto di avere un’attendente che non era che una ragazzina: forse non avrebbe dovuto portarla con sé. Forse non era pronta per questo genere di cose. Asuka chiuse gli occhi, lasciando che le preoccupazioni scivolassero via, concentrando i propri sensi sull’aria fresca e sul piacevole profumo del giardino di notte.
Kaguya percepì il profumo di gelsomino di Tsuki qualche istante prima di sentire i passi della ragazza e lo scorrere della porta. La sacerdotessa la salutò con un sorriso.
«Kaito?» chiese con un sussurro.
«Lui e Ryo sono ancora nel giardino. Prima Ryo ha abbaiato! E lui è corso lì! – raccontò con entusiasmo – Secondo me, vuol dire che hanno trovato qualcosa!»
«Forse hai ragione, Kaguya. Me lo auguro.» Tsuki sedette sulla veranda in silenzio, accanto ad Asuka, attenta a non disturbare la ragazza dai capelli candidi come neve



Kaguya aveva scoperto che era capace di mantenersi su una pila di dieci cuscini in equilibrio precario, stabile su nove. Aveva pensato ad almeno cinque modi per introdursi nella Sala dei Fiori di Pesco e rapire una ragazza senza che nessuno la potesse scoprire. Aveva stimato con una punta di preoccupazione che, per un nemico appostato fra i cespugli del giardino, Kaito costituiva un bersaglio più facile di Valanga: portando la luce con sé, il monaco era ben visibile anche quando frugava tra alberi, siepi e cespugli. Aveva camminato su e giù per la veranda, valutando quanto era capace di essere silenziosa dalle variazioni nel respiro di Asuka e Tsuki, che erano sedute a pochi passi da lei. Aveva osservato a lungo le due samurai e stabilito che non aveva ancora deciso se crescendo voleva diventare come Asuka, sottile, aggraziata e pura come un giglio, con una katana così veloce che gli occhi non riuscivano a seguirla, o come Tsuki, sensuale e con gli occhi come smeraldi ardenti, capace di sussurrare ai kami e danzare la loro danza segreta. Probabilmente come nessuna delle due, visto che loro erano samurai e lei solo una ragazzina del popolo. Poi aveva iniziato ad annoiarsi seriamente e vedere la lampada di Kaito che si avvicinava era stato davvero un gran sollievo. Quella lunga e meticolosa esplorazione era finita. Se solo avesse potuto essere sincera con loro, spiegare loro per filo e per segno cosa sapeva fare, avrebbe potuto aggiungere anche i suoi occhi alla ricerca... Ma non poteva. Troppo presto. Non ancora, non ancora.
Corse giù dalla veranda ad accogliere i due uomini e il vecchio lupo. Le due samurai si alzarono e la seguirono, fermandosi alla luce della lampada arancione, in attesa delle novità.
«Abbiamo trovato qualcosa, ringraziando gli spiriti del giardino! – esordì Kaito col suo solito sorriso gentile – Cavalli. Dietro i mandorli. Si sono diretti verso il ponte e poi in città, avranno nascosto Tomi in qualche modo, non avrebbero certo potuto cavalcare tranquillamente con una ragazza legata e imbavagliata gettata su una sella... Ma non riesco a capire dove sono andati, non c’è abbastanza luce.»
«Ormai è quasi l’alba – tagliò corto Asuka – e Tsuki deve ancora raccontarci quello che ha saputo dalla ragazza. Non appena il sole sorgerà, riprenderemo le ricerche dei rapitori. Non preoccuparti Kaito, presto avrai la luce che ti serve. La nostra parte di indagine è stata inconcludente: le altre ragazze non sanno niente, a parte le voci che vogliono Tomi molto amica con un uomo potente.»
Tsuki annuì, abbassando il tono di voce. «Non sono soltanto voci, ho trovato sei lettere. La fanciulla aveva un amico particolare: è probabile che sia stata rapita a causa di questa relazione, anche se non ne possiamo essere sicuri.» La sacerdotessa riportò ai compagni il racconto della geisha Sachiko, accennando al poco che sapeva riguardo la setta degli Ariwara.
«Dobbiamo trovarla in fretta. – concluse Valanga – Se questi criminali vogliono far pressione su qualcuno, la terranno in vita fino a quando sarà utile. Ma se vogliono informazioni sul suo amico ricco e potente, tenteranno di farla parlare. E non saranno gentili.»

Il cielo aveva da poco incominciato a tingersi del freddo grigio dell’alba, quando i tre presunti ronin con il loro insolito seguito uscirono dalle mura della città. I soldati di guardia dedicarono loro occhiate sprezzanti, borbottando commenti pieni di sdegno verso quegli straccioni che trascinavano le loro vite dentro e fuori da quella bella città, portando con sé l’inevitabile carico di crimini, violenza e squallore morale che sempre si accompagna a chi porta le spade del samurai senza più esserlo davvero. Fuori dalla città, Ryo si lanciò nel fango col muso a terra, sbuffando rumorosamente, seguito a breve distanza dal giovane monaco.
«Da questa parte – sussurrò Kaito, cercando di non disturbare la ricerca del suo amico – Venite. Ryo ha trovato qualcosa.»
L’alba scivolò in un fresco mattino, poi in una bella giornata di primavera, tiepida e rinfrescata da una brezza insistente. Guidati dal fiuto del vecchio lupo, i ronin si allontanarono sempre di più dalla città. Orti, frutteti e campi coltivati lasciarono il posto a colline coperte di arbusti, macchie sparse di alberi, e poi boschi. Kaito ora procedeva sicuro, scrutando il terreno con occhi attenti, allenati dai lunghi, duri anni trascorsi lontano dalla civiltà. L’amicizia degli spiriti della natura aveva avuto il suo prezzo da pagare, tempo addietro, ed il giovane si era trovato costretto ad imparare molte cose che prima di lasciare il monastero non aveva mai neppure sfiorato con il pensiero. La pista dei misteriosi cavalli si snodava sicura nel bosco, senza giri complicati né deviazioni, evidentemente i rapitori avevano deciso di procedere a passo spedito, lungo un percorso che conoscevano bene. Non avevano mai spinto i loro animali al galoppo, però. Nel primo pomeriggio, mentre i ronin attraversavano un ruscello seminascosto fra i cespugli, Ryo si immobilizzò, teso come la corda di un arco, annusando l'aria.
«Che cosa succede, fratello?» chiese Kaito, accucciandosi di fianco al vecchio lupo. Conosceva la bestia così bene da comprendere con facilità la fonte del suo turbamento: estranei. Ryo aveva percepito la presenza di altri uomini nei dintorni. Lo comunicò ai compagni, che immediatamente si fecero silenziosi e guardinghi.
«Cautela, amici. - mormorò Asuka - Se sono loro, meglio farsi un'idea un po' più chiara delle loro forze, prima di colpire.»

Sono perfettamente d'accordo, pensò Kaguya, dileguandosi silenziosamente fra i cespugli. E voi fate troppo rumore per andare in avanscoperta. Meglio se do io un'occhiata. Pensando a come giustificare la propria assenza, la ragazzina scivolò fra gli alberi con passo leggero e spedito. Il terreno soffice, coperto di vecchi rami e foglie secche, frusciava delicatamente, ma i suoi piedi conoscevano il ritmo e l'equilibrio giusti per ridurre al minimo il suono dei suoi passi. Il bosco era pieno di ombre ed era facile restare al coperto, tronchi e cespugli le fornivano tutta la copertura di cui poteva aver bisogno. Chi c'è qui con me? Passi. Poco avanti a lei. Piedi allenati ad un ritmo irregolare, frusciante, come i suoi, passi che non sembravano passi. Ma chiunque fosse, era più grande e pesante di lei, le foglie e i cespugli si lamentavano, quando lui passava. Chi sei, ombra nel bosco? Se ci hai visto, non posso lasciarti andar via. Kaguya scivolò avanti più rapidamente, seguendo il ritmo dei passi dell'altro per mascherare i propri. Eccoti qui.
Un uomo, snello e di bassa statura. Abiti bruni come il legno, foglie tra i capelli, mani sudicie di terra. L'altro aveva passato parecchio tempo nel bosco, a strisciare furtivo tra i cespugli, come un serpente, seguendo i loro passi, sorvegliandoli, spiandoli. La ragazzina sfilò da dietro la schiena la lama del ninjato, la sua fedele spada, maneggevole e leggera. Addio, sentinella. Seguì l'estraneo per qualche altro passo, facendosi poco a poco più vicina. Poi scivolò in avanti, fluida come un'ombra, insinuando l'affilata lama fra le costole dell'uomo. Un palmo sotto l'ascella, dall'esterno verso l'interno, le sue piccole mani ricordavano bene i micidiali insegnamenti del suo sensei. La lama attraversò il polmone destro dell'estraneo, recidendo il groviglio di vitali arterie attorno al cuore. L'uomo spirò in un istante, accasciandosi senza quasi rendersi conto di essere stato trafitto, incapace di emettere un gemito. Kaguya ne accompagnò il corpo fin sul terreno, adagiandolo fra le foglie. Sfilò il ninjato dalla ferita e lo ripulì sul mantello marrone del morto.
Avanzando ancora, intravide fra i tronchi un vecchio e cadente edificio, nel bel mezzo di una radura solcata da alcuni fossi ed ingombra di erbacce. Pareva una vecchia fattoria, disabitata da anni. Qualcuno aveva cercato di ritagliarsi un posto dove vivere in mezzo al bosco, poi aveva abbandonato l'impresa, infine come animali selvatici gli Ariwara erano scivolati dentro, facendo della casa vuota una tana per i propri crimini. Protetta dagli arbusti, la ragazzina spiò i cavalli, che brucavano tranquilli le erbacce, legati ad un vecchio steccato. Un manipolo di uomini dall'aria trasandata e stanca se ne stavano seduti sulla veranda, scrutando il bosco in silenzio. Dall'interno provenivano voci ovattate. Ora abbiamo un'idea più chiara delle loro forze. Kaguya si immerse nuovamente nella frondosa oscurità del bosco.

«Dove sei stata? Cosa ti è saltato in mente?» La voce di Asuka, fredda e controllata, mal celava la sua rabbia e la sua preoccupazione. Kaguya aveva un'aria contrita e si guardava i piedi. Era sinceramente dispiaciuta. Si aspettava una severa sgridata, ma non era pronta al fatto che la samurai-ko fosse davvero preoccupata per lei. Non le era mai, mai capitato. Era una sensazione strana, sentiva lo stomaco stretto e gli occhi pizzicavano per le lacrime. Se avesse parlato, probabilmente si sarebbe messa a piangere. Asuka si preoccupava per lei. E anche gli altri. Era probabilmente uno dei momenti più belli della sua giovane vita.
«Non osare mai più, mai più allontanarti senza il mio permesso. Spero di essere stata chiara, ragazzina. Non intendo prendermi il disturbo di minacciarti con le conseguenze per un'eventuale disubbidienza: sono sicura che non ce ne sarà bisogno.» Asuka le poggiò la mano sulla testa, poi fece scivolare le dita fino alla guancia. Com'erano delicate, quelle mani che sapevano brandire la spada con tanta letale maestria. Prima di rimettersi in cammino, la ragazzina colse un accenno di sorriso sul viso di Tsuki, la sua espressione deformata dall'eccentrico ed elaborato trucco. Quanto e che cosa aveva capito la sacerdotessa?
«Anche se hai fatto un buon lavoro - commentò Sannosuke, calzando l'elmo e stringendo le cinghie degli spallacci - hai corso un duplice rischio: farti catturare o ammazzare, e farci scoprire. La tua strategia andava condivisa.» Il vigoroso giovane scrollò le spalle. «Inutile continuare a chiacchierare, ora. Quel che è fatto è fatto, alla fine hai riportato informazioni utili. Vediamo di non farci fregare da quei tagliagole: dalla loro hanno il numero e un ostaggio.»
«E noi abbiamo la benevolenza dei kami» concluse Tsuki, con un delicato sorriso.

Il sole era in procinto di coricarsi, sparito ad occidente dietro le cime degli alberi, e le ombre della sera si stendevano sulla fattoria abbandonata. Come aveva riferito Kaguya, il gruppetto di sentinelle vegliava sulla cadente veranda, mentre dentro l'edificio la povera Tomi languiva, prigioniera. I ronin si erano appostati attorno alla struttura, divisi in due gruppi, ed attendevano che Tsuki distraesse le sentinelle come promesso. Sannosuke si era assunto il compito di proteggere la sacerdotessa, mentre gli altri si avvicinavano dal lato opposto. Il giovane samurai accarezzò l'impugnatura della katana. Sentiva il sangue ribollire, la mente concentrata sulla battaglia, mentre ogni altro pensiero si faceva distante e trasparente. Tsuki sfilò un rotolo di seta dall'obi e ne esaminò per un istante il contenuto, riportando alla mente le parole mistiche della preghiera. Iniziò a bisbigliare, muovendo appena le labbra scarlatte, piene e perfette: nessuna meraviglia che gli altri mercenari l'avessero soprannominata Bocca di Fragola. Sannosuke trattenne il respiro, mentre un venticello tiepido si sollevava, facendo mormorare l'erba della radura.
Tsuki era concentrata sulla battaglia, ma al tempo stesso ne era lontanissima. La sua anima danzava la danza eterna dei kami, il suo cuore batteva al ritmo dei loro passi. Il venticello tiepido avvolgeva la radura, sfiorando le sentinelle. Gli spiriti dell'aria, capricciosi ed enigmatici, ascoltavano la preghiera di Tsuki, scivolando leggiadri sulle sue parole. Il vento bisbigliava parole piene di sonno al cuore degli Ariwara di sentinella. Non siete stanchi? Esausti? mormoravano i kami burloni. Chiudete gli occhi. Solo per un istante. O due. Per il tempo di tre respiri. Avete meritato un po' di riposo. Riposate. Dormite tranquilli, altri veglieranno al vostro posto. Dormite. Solo per un pochino. Dormite.

Uno dopo l'altro, gli uomini di guardia sulla veranda si assopirono, assestandosi in posizioni più comode. Quando il loro respiro si fece pesante e regolare, Tsuki riaprì gli occhi, nascondendo un grazioso sbadiglio con la mano. «Avanziamo. Non si sveglieranno, se li lasciamo in pace.»

Sannosuke annuì, ammirato. Dove altri avrebbero tremato, spaventati dall'ombra inquietante e misteriosa della magia, lui aveva imparato a vedere un grande potere, che se veniva trattato con prudenza e col giusto rispetto, poteva essere usato come un'arma di eccezionale efficacia.